Il professionista, secondo me (di Gianni Davico)

Oggi è ospite del mio blog Gianni Davico, che ci dice la sua sui risultati dell’indagine IRES, pubblicata qualche giorno fa.

Sabrina mi segnala questa ricerca dell’IRES, che parla del popolo delle partite IVA, di coloro che con un eufemismo definiamo comunemente “professionisti”, del mondo del lavoro frammentato e incerto di oggi – di noi, insomma.

L’ho letta, e vorrei segnalare qualche passo che – soprattutto in negativo, per la verità – mi ha colpito.

Ci definiamo (o veniamo definiti) “professionisti della conoscenza” (p. 9). Mmmmm. La parola “professionista” suona bene, non c’è dubbio, ma quando scopriamo che il 69,5% dei traduttori e interpreti ha un reddito netto inferiore ai 20mila euro annui, e che solo il 10,8% di loro supera i 30mila, be’, allora mi chiedo come faccia un professionista che guadagna millecinquecento euro netti al mese a trovare la sua collocazione nella società. I conti non tornano.

Anche perché altrove (p. 12) si dice che “la media di ore lavorate è di 8,7 ore giornaliere”. A venti giorni al mese sono centosettantaquattro ore, ovvero poco più di otto euro e mezzo l’ora considerando un compenso di millecinquecento euro. C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro approccio al lavoro. In questa maniera i conti non torneranno mai.

E comunque otto virgola sette: dov’è il tempo per stare con i figli, inseguire le proprie passioni, pensare, leggere, riflettere? Questo – il numero di ore lavorate – è un dato di fatto, ma nello stesso tempo mi preoccupa. O, per dirla con Dante (Inferno, XXVI, 119-120),

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza.

 Allora il punto è questo: occorre ripensare il concetto stesso di lavoro, quanto il lavoro deve pesare nelle nostre vite, quanto è importante, e quanto sono importanti altri aspetti che dovrebbero essere prioritari ma vengono relegati al domani – ovvero al mai.

Altro punto (p. 11): la presenza sul web viene indicata come il sesto (e ultimo) fattore di importanza per trovare lavoro. No, dico, qualunque attività oggi passa per il web, che dà l’opportunità a ciascuno di noi, anche con pochi soldi iniziali, di trasformare una passione in lavoro, innanzitutto grazie ai social media: com’è possibile che gli intervistati releghino la presenza online all’ultimo posto tra i fattori?

E già il wording è importante: si dice proprio “trovare lavoro”, non – per esempio – “trovare clienti”. Il sottinteso – almeno così la capisco io – è che il lavoro è un diritto, non qualcosa che si conquista. Ebbene: può piacerci o no, ma il lavoro non è (non è più, almeno) un diritto. Soprattutto quando parliamo di professionisti, ovvio.

Oltre la metà (il 52%, p. 14) dei traduttori e degli interpreti ha possibilità “insufficienti, nulle o scarse” di contrattare le condizioni di lavoro. Ma come? Siamo professionisti o cosa? Non dovremmo essere noi a proporre un servizio e un prezzo, che il potenziale cliente ha poi facoltà di negoziare, accettare o rifiutare? E poi che cosa vuol dire, esattamente, che ci sono poche possibilità di contrattazione? Non vorrà dire, per caso, che – per dirla con Goethe citato da Nelo Risi – si vede il mondo come un ospedale (e il nostro malanno, allora, l’avremo voluto?)

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