Localizzazione: quando lingua, cultura e tecnologia si incontrano, un articolo di Serena Menchise per STL

Oggi parliamo di localizzazione. Il post è di Serena Menchise, la nostra docente del corso di introduzione alla localizzazione  che si terrà a Pisa, il 20 ottobre prossimo. Il primo di una serie di corsi per diventare esperti localizzatori e aggiungere un’altra competenza a quelle che già abbiamo, spendibile nel nostro mercato di riferimento.

E’ proprio lei a chiarirci le idee su un settore in pieno sviluppo, che ha moltissimi sbocchi per noi traduttori ma che non tutti conoscono bene.

Buona letttura, e grazie Serena!

Mi sento spesso chiedere se sia difficile per un traduttore di formazione classica avvicinarsi alla localizzazione, talvolta percepita come un mostro sacro, accessibile solo agli esperti di informatica. Non è così.

Se è vero che non ci si può improvvisare localizzatori e che la localizzazione è una disciplina  con regole ben definite e codificate, è vero anche che ogni bravo traduttore può impararle, a patto che sia dotato di passione e curiosità per le nuove tecnologie.

Telefoni cellulari, computer, lettori audio e video, fotocamere, navigatori satellitari, televisori, videogiochi, siti web, sistemi di allarme, sportelli bancomat, condizionatori d’aria, strumenti di diagnostica medica e chi più ne ha più ne metta, in pratica tutto ciò di digitale che ci circonda è potenzialmente localizzabile in quanto hardware, software e relativa documentazione. Non è quindi un’iperbole sostenere che la localizzazione influisca su tutto ciò che ci circonda e che, proprio per questo motivo, è entusiasmante per un traduttore prendervi parte. Ma come iniziare?

Per prima cosa, cercando di capire i meccanismi che differenziano la localizzazione dalla traduzione in senso stretto. Anche se la traduzione rappresenta una componente molto rilevante del processo di localizzazione, localizzare vuol dire molto più che tradurre, e il traduttore-localizzatore deve conoscere i processi di localizzazione nella loro interezza  per capire  qual è esattamente il suo ruolo, e svolgerlo in maniera completa e competente.

Altri due concetti fondamentalii, poi, contribuiscono a completare il quadro:  globalizzazione e internazionalizzazione. L’insieme di questi elementi crea il così detto modello “GILT”, ovvero tutto ciò che sta intorno alla localizzazione.

Vi siete già persi? Qualche definizione sarà utile a diradare le nebbie.

Globalizzazione (G11N): si riferisce all’insieme di decisioni tecniche e commerciali necessarie per rendere un prodotto adatto alla diffusione sul mercato globale. La cifra “11” dell’acronimo si riferisce al numero di lettere comprese fra “G” e “N” nel termine inglese globalization, ed è ormai un acronimo standard nel settore (così come I18N e L10N).

Internazionalizzazione (I18N): consiste nel  processo di progettazione e sviluppo di un prodotto, atto a renderlo potenzialmente localizzabile e dunque vendibile in tutto il mondo. Le parti di un prodotto da internazionalizzare non cambiano a prescindere dal mercato di destinazione.

Localizzazione (L10N): consiste nel processo di adattamento del prodotto a un mercato specifico, includendo non solo la traduzione ma anche l’aggiunta o l’eliminazione di alcune caratteristiche del prodotto in base alle esigenze del pubblico cui è destinato, come ad esempio la valuta locale, l’uso di standard specifici per date, indirizzi, numeri telefonici e altri dettagli che rendono un determinato mercato diverso da tutti gli altri.

Traduzione: (dal latino “traductĭo,- ōnís”: passaggio da un luogo ad un altro, conduzione verso, trasporto)  consiste nella comprensione del significato di un testo creato in una determinata lingua (lingua di partenza o di origine) e nella successiva produzione di un nuovo testo, equivalente a quello di origine, in una lingua diversa (lingua di destinazione).

In pratica, la localizzazione di un prodotto inizia già dalla fase di progettazione e sviluppo del prodotto stesso:  in altre parole, un prodotto che aspiri a conquistare il mercato globale deve avere la predisposizione alla localizzazione insita nel proprio DNA, ovvero nel modo i cui è stato scritto il suo codice sorgente.

Questo vuol dire, ad esempio, che per poter localizzare correttamente il testo della GUI (Graphical User Interface) di un software – ovvero voci di menu, pulsanti, messaggi di errore, ecc. – è di fondamentale importanza che lo sviluppatore abbia progettato il relativo codice in modo che, fra le altre cose:

  • risulti ben separato e distinguibile dal testo traducibile
  • consenta la corretta visualizzazione di caratteri speciali (lettere accentate, apostrofi, virgolette ecc.), set di caratteri a doppio byte (presenti in lingue quali cinese, giapponese e coreano) e lingue “bidi” (bidirectional), ovvero lingue che vengono lette da destra a sinistra (come arabo ed ebraico)
  • consenta la corretta visualizzazione del testo tradotto anche quando ha una lunghezza maggiore rispetto all’originale (spesso infatti il testo tradotto risulta più lungo anche del 30% rispetto all’originale)

Facciamo un esempio concreto.  Vi siete mai chiesti come venga creata una finestra di dialogo?

Nel programma in esecuzione la vediamo così:

 

Ma questa è solo quella che i fratelli Wachowski chiamerebbero “Matrix”, ovvero un’interfaccia grafica comprensibile e fruibile dai comuni utilizzatori di PC, ma ben diversa dalla “vera” finestra di dialogo uscita dalla mente dello sviluppatore, ovvero il file della risorsa (*.rc) scritto in codice:

IDD_SELECT DIALOG DISCARDABLE 0, 0, 167, 106

STYLE DS_MODALFRAME | WS_POPUP | WS_VISIBLE | WS_CAPTION |

WS_SYSMENU

CAPTION “Select an object”

FONT 8, “MS Sans Serif”

BEGIN

DEFPUSHBUTTON “OK”,IDOK,108,8,50,14

PUSHBUTTON “Cancel”,IDCANCEL,108,24,50,14

LISTBOX IDC_TOOLBAR_NAMES,8,8,92,88,LBS_SORT |

LBS_NOINTEGRALHEIGHT | WS_VSCROLL | WS_TABSTOP

PUSHBUTTON “&Help…”,IDHELP,108,40,50,14

PUSHBUTTON “&Rename…”,IDD_RENAME,108,64,50,14

PUSHBUTTON “&Delete”,IDD_DELETE,108,80,50,14

END

Le parti traducibili sono qui ben riconoscibili in quanto racchiuse fra doppie virgolette (ma attenzione, c’è anche un intruso, ovvero il nome del font “MS Sans Serif”, anch’esso racchiuso ingannevolmente fra virgolette, ma assolutamente da non tradurre).

Gli ID che precedono e seguono le etichette dei pulsanti servono ad identificarne l’utilizzo (molto utili quindi quando si traduce senza poter vedere la finestra di dialogo).

La “&” che precede alcune lettere indica la “hotkey” ovvero il carattere che consente di eseguire il comando mediante una combinazione di tasti.

I tre puntini in successione indicano che il pulsante in questione consente di aprire una nuova finestra tramite la quale effettuare ulteriori operazioni.

Infine, i numeri  che seguono gli ID (ad esempio “108,8,50,14”), a cosa servono? Provate a indovinare…

Una volta afferrati i concetti fondamentali, ogni traduttore può affrontare con sicurezza un progetto di localizzazione. Come in tutti i settori della traduzione, naturalmente, anche nella localizzazione l’esperienza è essenziale per acquisire gradualmente tutte le tecniche e i trucchi del mestiere, oltre che per costruirsi un infinito bagaglio di conoscenze tecnologiche da  veri “geek”!

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