Il teatro e la traduzione – STL incontra Daniele Petruccioli

Petru

Il 23 febbraio prossimo si terrà a Pisa il nostro primo Laboratorio di traduzione teatrale.

Ho chiesto al docente, Daniele Petruccioli, di parlarci del suo percorso, cosa lo ha portato alla traduzione teatrale, come ha cominciato e in che misura l’attività svolta per il teatro lo ha aiutato nell’interpretare i testi da tradurre.

Buona lettura!

Invece di scrivere come sono arrivato alla traduzione teatrale, in realtà dovrei spiegare come ne sono uscito. Quando ho cominciato a tradurre non sapevo di farlo. Mi occupavo di teatro da più di quindici anni come attore, regista e alla fine anche produttore, collaborando con teatri pubblici e privati, compagnie primarie e gruppi off. Avevo lavorato per messe in scena di testi classici e contemporanei, nel teatro di parola e di strada, manipolando le tecniche vocali per i teatri greci e quelle del corpo tipiche di acrobati e saltimbanchi. Avevo la fortuna di parlare bene inglese e francese e conoscerne le culture (almeno sul versante europeo), che avevo frequentato e frequentavo fin da bambino. Spesso come attore mi chiamavano per coproduzioni internazionali, avevo recitato in inglese, lavorato con francesi e americani. Era naturale che registi e produttori, quando avevano per le mani un testo nuovo in una di queste lingue, me lo dessero da leggere e mi chiedessero un parere. Se mi sembrava buono, ci mettevamo d’accordo per una traduzione con abbozzo di adattamento (a seconda della persona che me lo commissionava), già pensando alla possibile messa in scena che sarebbe potuta venir fuori da quella particolare compagnia, che in generale conoscevo bene. Per me era solo un altro aspetto del mio lavoro in teatro, non lo vedevo come una cosa a sé. Poco a poco le cose sono cambiate, ho cominciato a collaborare con un’agenzia che deteneva i diritti per i testi di alcuni drammaturghi soprattutto francesi e brasiliani (nel frattempo mi ero laureato in portoghese), sono entrato in contatto con un autore statunitense che ha avuto la bontà di accordarmi l’esclusiva per le traduzioni in italiano dei suoi testi, ma soprattutto ho cominciato a litigare con produttori e registi su chi avrebbe dovuto firmare l’adattamento (percependo conseguentemente le royalties, in tutto o in parte, su eventuali messe in scena). Nel frattempo avevo cominciato a tradurre romanzi, e piano piano la traduzione teatrale è finita in secondo piano (anche se recentemente sono stato ricontattato proprio per lavori di questo tipo; nella vita non si può mai sapere). Ma solo da un punto di vista dei committenti. Perché quello che ho imparato traducendo testi che vanno letti e interpretati da altri per essere messi in scena e in voce è rimasto imprescindibile nel mio lavoro di traduttore. Il teatro è un’arte che quasi sempre si rivela cartina di tornasole per tutte le altre: letteratura, pittura, architettura e oggi anche le arti multimediali. È incredibile scoprire quanto può insegnarci sulla traduzione.”

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