Speciale Pisa Book Festival – Intervista a Bruno Berni

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Bruno Berni sarà tra i protagonisti dell’edizione 2014 del Pisa Book Festival come traduttore ed esperto di lingue nordiche. Quest’anno il Festival avrà infatti la letteratura dei paesi scandinavi come ospite d’onore.

Bruno Berni è direttore della biblioteca dell’Istituto Italiano di Studi Germanici a Roma, dove ricopre il ruolo di ricercatore; ha insegnato lingua e letteratura danese all’Università di Urbino e lingua danese alla LUISS di Roma. Ha pubblicato numerose traduzioni di autori classici e moderni prevalentemente danesi, ma anche svedesi, norvegesi e tedeschi. Ha scritto saggi su autori scandinavi, pubblicato volumi monografici e bibliografie e recensito opere nordiche. Attualmente insegna letteratura danese presso l’Università di Pisa. Tra gli altri premi che gli sono stati assegnati, nel 2013 ha vinto il Premio nazionale per la Traduzione, Edizione 2012, per l’attività complessiva.

Rispetto a un paio di decenni fa, il mercato italiano offre un ricchissimo ventaglio di titoli provenienti dalla Scandinavia. Cosa è cambiato e come questo cambiamento si è tradotto – se mi passi il gioco di parole – nella vita professionale di un traduttore delle lingue del Nord?

È cambiato molto da quando ero studente e usciva – forse – un libro danese tradotto ogni due anni. Ci sono state due ondate in cui la mediazione dal Nord verso il Sud ha subito accelerazioni: quella iniziata con Il senso di Smilla per la neve di Peter Høeg e Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder, che intorno al 1994 furono dei best seller. L’editoria italiana aprì gli occhi assorbendo parecchia letteratura nordica. Ma la seconda ondata, quella generata dalla pubblicazione della trilogia di Stieg Larsson, è stava travolgente e ha portato un numero incredibile di thriller e molte opere non di genere. Ho fatto molti gialli, per qualche anno, ma ormai le porte sono aperte, e compatibilmente con la crisi dell’editoria italiana riesco a ‘collocare’ classici moderni, opere imprescindibili, persino parecchia poesia. Quando la mediazione da una cultura all’altra comincia a riguardare anche i classici ignorati e il recente passato (a riempire i vuoti), e soprattutto la poesia, per esempio, non è più superficiale – di sicuro non è commerciale – ma accede agli strati più profondi di una cultura altra, li fa suoi. Li inserisce nel canone della cultura di arrivo. Almeno ci prova.

Perché, secondo te, il noir e il thriller sembrano essere generi congeniali alle penne scandinave?

Non è che il thriller (noir, giallo, poliziesco, tutte le gradazioni) sia congeniale alle penne scandinave. Il fatto è che nel Novecento è stato sempre appannaggio del mondo anglosassone, e anche quando i gialli nordici si facevano in italiano (si facevano già negli anni Quaranta, non sono una novità, ce ne sono nelle “Palme” di Mondadori dal 1942), erano opere di stampo anglosassone. Il giallo nordico propriamente detto è quello che nasce negli anni Sessanta, con Sjöwall e Wahlöö (che in Italia vennero tradotti poco dopo), riconoscibile, con la sua caratteristica di spaccato sociale oltre che intrigo ‘delittuoso’. È un brand riconoscibile e sulla scia di Stieg Larsson se ne sono scritti, anche lassù, molti più che in passato. Sono le regole del mercato.

Negli ultimi anni si riscontra comunque un crescente interesse generale per la cultura scandinava e i suoi prodotti: penso non solo all’editoria ma anche al mondo dell’entertainment, per esempio ad alcune serie televisive di successo. Che cosa ci affascina, a tuo parere, di questi mondi nordici? Si tratta solo di una ricerca di esotismo o c’è qualcos’altro?

Forse è semplicemente un effetto della globalizzazione, dell’avvicinamento reciproco delle culture europee, che portano a vedere il grande Nord come una regione affascinante e nemmeno troppo lontana, diversa ma non esotica. Interessante. È aumentato considerevolmente il turismo italiano in Scandinavia, per esempio, e affinché una realtà possa essere riconosciuta e apprezzata dal lettore o dallo spettatore, c’è bisogno che quella realtà sia riconoscibile, comprensibile, non necessariamente esotica. Diversa ma a portata di mano, per così dire. Un tempo era impensabile proporre in Italia un romanzo ambientato in una città come Copenaghen, che non faceva parte della geografia letteraria dei nostri lettori. Smilla ha cambiato questa situazione già vent’anni fa. Ha iniziato a cambiarla. Per me è ancora sorprendente che in Italia si possa vedere Borgen o Broen. Ma la letteratura nordica non ha niente da invidiare a letterature che in Italia si sono sempre tradotte copiosamente. Forse mancava chi la conosceva a fondo, chi proponeva le opere. Si potrebbe fare un discorso sulla formazione dei mediatori, che in passato non c’erano, ma ci porterebbe troppo lontano. Ora ci sono molti traduttori e si traduce di più. È un bene.

Tra gli autori scandinavi ci sono anche grandi poeti che però non sono abbastanza conosciuti – o riconosciuti – al di fuori dei confini nazionali; questo anche perché, da un punto di vista editoriale, la poesia arranca. In una delle tavole rotonde del Pisa Book Festival parlerai anche di questo, di cosa significa pubblicare poesia oggi. Te lo chiedo, allora, in anticipo: cosa significa pubblicare poesia oggi? E qual è il ruolo della poesia, che richiede una lettura attenta, minuziosa, indugiata, in un mondo come il nostro, fatto di grande velocità?

In un mondo come il nostro, fatto di velocità, la poesia potrebbe essere un’oasi per il lettore. Molto più che il romanzo. Un viaggio concentrato a volte in poche righe, e poi alzando lo sguardo si scopre che il mondo è un po’ cambiato. Purtroppo il problema, forse, è che in Italia la poesia è obbligo scolastico, non piacere personale. Forse il problema è questo. In Scandinavia invece le letture pubbliche sono frequenti e attirano molto spesso un pubblico ampio e interessato. Il fenomeno Yahya Hassan (palestinese ma nato in Danimarca) ha fatto vendere in Danimarca più di centomila copie di un libro di poesia. Ed è tradotto o in via di traduzione in molti paesi, in Italia è uscito da Rizzoli. Molti di quei poeti spesso sono noti in Europa, ma non in Italia. Inger Christensen, morta pochi anni fa, che sto portando in Italia piano piano ma con regolarità, era un mito di livello europeo, di sicuro prima o poi avrebbe preso il Nobel, se non fosse morta relativamente presto. Morten Søndergaard, che sarà presente al Bookfestival – faremo una presentazione con delle letture – è un poeta tradotto in molte lingue, un artista di livello internazionale invitato in tutta Europa, in America. Con lui ho letto più volte in giro per l’Italia: ricordo una volta in una piccola libreria al Sud, dove dopo una lettura insieme andarono via credo 25 o 30 copie, praticamente tutti i presenti acquistarono il libro. Questo significa che se c’è offerta, qualcosa succede. Chi lo ha sentito leggere sa perché.

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