La traduzione del fumetto e del graphic novel – STL intervista Leonardo Rizzi

In vista del nostro laboratorio, ormai prossimo, di traduzione del fumetto e del graphic novel, abbiamo intervistato il docente, Leonardo Rizzi, per voi.
Rizzi è la voce italiana dei maggiori autori anglofoni contemporanei del settore (basterà citare, a questo proposito, i grandissimi Alan Moore, Neil Gaiman, Frank Miller e Warren Ellis); ci ha parlato con passione della sua esperienza di traduttore e delle fatiche e delle gioe di questo mestiere, anticipandoci anche qualcosa sui testi che verranno trattati nelle giornate del 7 e 8 marzo, a Pisa.
Lo ringraziamo per averci dedicato un po’ del suo tempo e vi auguriamo buona lettura!

Sei il traduttore italiano di alcuni fra i più importanti – se non i più importanti – autori di graphic novel contemporanei: hai tradotto Alan Moore, Neil Gaiman, Frank Miller e molti altri. Quale tra questi ti ha riservato le maggiori difficoltà e quale ti è piaciuto di più tradurre?

Sono stato molto fortunato a poter lavorare sugli autori che hanno riformato il fumetto angloamericano. Sai, per parafrasare una battuta del bellissimo “Parla con lei” di Almodovar, tutto è difficile, se lo fai bene. E quindi tutti gli autori presentano caratteristiche, eccentricità, vezzi che vanno resi nel modo migliore possibile. Questa è la loro voce, la caratteristica che li rende quelli che sono. Ed è questa che deve essere resa con precisione e maestria. Fortunatamente, nel fumetto molte delle strategie narrative vengono trasmesse con le immagini. Eppure il testo, specie negli autori più sofisticati, si porta dietro il tono e gran parte dello spessore emotivo dell’opera, la voce e il colore del racconto, con risultati spiazzanti e sorprendenti. La prosa tranquilla e ingannevolmente scorrevole di Gaiman, l’impatto verbale efficace e brutale di Miller, le meditazioni poetiche di Moore che tanto hanno dell’improvvisazione beat, il linguaggio colloquiale e culturalmente tanto distante dei fratelli Hernandez o delle storie di guerra di Ennis… tutti questi testi presentano tutte le loro difficoltà. Forse, in senso squisitamente tecnico, il maggior numero di insidie traduttive che ho incontrato si è concentrato in quattro o cinque volumi: naturalmente V for Vendetta che, tra versi, canzoni da riportare su un pentagramma, allitterazioni e oscuri riferimenti culturali, è stato un vero e proprio campionario di traduttologia; aggiungerei poi un episodio di Promethea sempre di Alan Moore, declamato interamente in versi e al quale ho dedicato un numero spropositato di settimane; volumi interamente basati su giochi di parole come quelli di Brandon Graham; La Lega degli Straordinari Gentlemen, ancora una volta di Moore, che mi ha costretto a passare un mese in Biblioteca Nazionale alla ricerca della traduzione italiana di migliaia di nomi di mondi fantastici comparsi nella letteratura degli ultimi 20 secoli.

Il graphic novel su cui ho più amato lavorare? La risposta forse non è intuitiva. Per assurdo che sia, all’aumentare del tempo che sei costretto a passare su un’opera, aumenta anche il tuo grado di immersione in essa. Nella continua corsa lavorativa di un traduttore, in cui le scadenze si sommano ad altre scadenze, prendersi il tempo per studiare a fondo un’opera complessa è un privilegio, un piacere straordinario e spaventoso. Con un po’ di fortuna e di pazienza è possibile perdersi in un’analisi quasi frattale dei meandri infiniti di un autore e, alla fine, di tutta una cultura. Considerando questo, la risposta è più o meno scontata: ho amato lavorare su Moore, Gaiman, Miller, Morrison… Su tutte le opere più difficili, in pratica.

Ma se dovessi scegliere soltanto un’opera, la risposta è ben più intuitiva. Sicuramente V for Vendetta, per la ricchezza dei toni e degli argomenti affrontati, per la sua complessità emotiva, i suoi funambolismi creativi e la sua caratura simbolica. E forse perché sono riuscito ad affrontare quel lavoro in un periodo in cui sono riuscito a costruirmi tutto lo spazio necessario per lavorare bene. Ecco, costruirsi le condizioni per lavorare sempre nel modo migliore vuol dire poter amare sempre quello che si fa.

Puoi spiegarci, in sintesi, qual è la differenza fra fumetto e graphic novel?

Molto sinteticamente, il “fumetto” è il mezzo di comunicazione mentre il “graphic novel” è una delle forme in cui questo mezzo di comunicazione si può declinare, ovvero una storia più estesa e più o meno autoconclusiva. Con un tono un po’ polemico aggiungerei che, in questo momento, il termine “graphic novel” viene usato invece come espressione jolly per indicare qualsiasi fumetto, sia in libreria che in contesti culturalmente elevati. È spesso una scelta che serve a legittimare l’oggetto della discussione e dimenticare, almeno per un attimo, che il mezzo di comunicazione è poi lo stesso di Superman e Topolino, di Tex e Charlie Brown. E la confusione che c’è oggi deriva proprio da questa ricercata intercambiabilità dei due termini.

Il termine “graphic novel” è stato inventato dal meraviglioso Will Eisner, uno dei grandi pionieri del fumetto statunitense, quando negli anni ’70 ha realizzato il suo volume “Contratto con Dio”. Il suo era un tentativo di dare appunto legittimità e una nuova visibilità a questa sua opera, in un momento storico in cui i fumetti americani apparivano in forma di strisce più o meno comiche sui quotidiani, di albi per ragazzi nelle edicole e di albi più underground in maniera meno organizzata. Ma da quando il numero delle pubblicazioni per lettori maturi è cresciuto a dismisura ed è diventato un segmento molto importante di tutto il settore, di questo termine si è cominciato un po’ ad abusare.

Rispetto a qualche decennio fa sembra che in Italia lo spazio editoriale riservato a fumetti e graphic novel stia crescendo considerevolmente; che cosa ne pensi?

In effetti è così, ma aggiungerei che si tratta di un fenomeno che non avviene soltanto in Italia. Negli Stati Uniti, dove il fumetto è sempre stato considerato un intrattenimento per ragazzi, alcuni fumetti continuano a insinuarsi nelle classifiche dei migliori libri dell’anno. Lo stesso avviene in Inghilterra, dove esiste cultura estremamente letteraria e molto poco visiva. In Italia, dove abbiamo invece una cultura molto visiva, estetizzante e per certi versi più istintuale, il fumetto ha sempre avuto presa. Ricordiamo che l’editoria fumettistica italiana, con tutti i suoi limiti, ha anche picchi notevoli ed è una delle più floride e ricche del mondo. Certo, molti volumi sono edizioni italiane di materiale straniero, ma i progetti che nascono nel nostro paese sono davvero tanti. E in qualche modo, il fumetto viene sempre più sdoganato e accettato come mezzo di comunicazione legittimo anche per gli adulti. E questo succederà sempre di più e non dobbiamo meravigliarci. È un mezzo di comunicazione immediato ed efficace, di presa immediata, capace di piegare spazio e tempo come pochi e con una straordinaria carica di seduzione. Possiamo tranquillamente immaginare che l’interesse del pubblico adulto crescerà sempre di più.

Che tipo di preparazione deve sostenere un traduttore che voglia affrontare il mondo del fumetto? E qual è, in questo senso, la tua esperienza personale?

Tradurre vuol dire, per certi versi, creare un equivalente di tutta una cultura, oltre che di un’opera. Gli studi linguistici e letterari sono sempre un buon punto di partenza. La difficoltà maggiore per un traduttore, alla fine, resta sempre la capacità di rendere quel mondo, quella cultura e quel testo in italiano. Di piegare la propria lingua alle necessità dell’autore e riuscire sempre, in qualche modo, a realizzare qualcosa che abbia un suono italiano; dialoghi e didascalie che siano sì affascinanti e complessi, ma anche naturalistici e naturali. Questo è molto difficile e richiede molta esperienza. Laboratori come quelli che organizzate sono molto utili perché permettono, per qualche tempo, di “uscire dalla propria testa”: di ragionare in gruppo; di rendersi conto di cosa funziona o meno.

La mia esperienza personale è a dire il vero abbastanza atipica. Ho una laurea in materie scientifiche, ma sin da molto piccolo masticavo l’inglese grazie a un clan familiare di docenti di lingua. E sin da piccolo leggevo tutti i romanzi Penguin che mi capitavano tra le mani. Unendo questa conoscenza con una passione per la scrittura e la narrazione, mi sono ritrovato a cercare di adattare il meglio possibile, con passione e divertimento, i testi che più amavo. E dopo aver fatto qualche prova di traduzione per qualche casa editrice, alla fine sono riuscito a lavorare professionalmente.

Imposterai il seminario di STL in maniera prevalentemente laboratoriale; puoi anticiparci quali testi tratterai e che tipo di lavoro verrà svolto in aula?

Oh, tradurremo insieme alcune bellissime pagine, questo posso assicurarlo. I partecipanti si vedranno davanti i linguaggi contemporanei di Daniel Clowes, le divagazioni poetiche di Alan Moore e la prosa lunare di Neil Gaiman e alcune strisce del Calvin e Hobbes di Watterson. E giochi di parole e dialoghi serrati, classici e contemporanei e qualche altra piccola sorpresa.

I partecipanti lavoreranno già a casa ad alcune pagine che rivedremo insieme, confrontando tutte le nostre soluzioni. Ma la parte più interessante, a mio avviso, sarà la fase di traduzione di gruppo. Infatti, analizzeremo insieme alcuni testi e ragionando e spaccando il capello in quattro troveremo tutte le soluzioni migliori. Per esperienza, queste traduzioni sono in genere sorprendenti. Ed è un ottimo sistema per aprire gli occhi e vedere il mare di infinite possibilità che ci offre ogni testo. Di scorgere le tante strade che possiamo percorrere ed esplorare.

 

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