TRADURRE LA LINGUA DEI GIOVANI – STL intervista Franca Cavagnoli

foto CavagnoliFranca Cavagnoli ha pubblicato i romanzi Una pioggia bruciante (Frassinelli 2000) e Non si è seri a 17 anni (Frassinelli 2007), i racconti Mbaqanga (Feltrinelli 2013) e Black (Feltrinelli 2014), i saggi Il proprio e l’estraneo nella traduzione letteraria di lingua inglese (Polimetrica 2010) e La voce del testo (Feltrinelli 2012, Premio Lo straniero). Ha tradotto e curato opere, tra gli altri, di Burroughs, Coetzee, Fitzgerald, Gordimer, Mansfield, Morrison, Naipaul, Twain. Collabora al «Manifesto» e ad «Alias». Insegna traduzione presso l’ISIT e l’Università degli studi di Milano. Nel 2010 ha vinto il premio Fedrigoni – Giornate della traduzione letteraria, e la sua nuova traduzione del Grande Gatsby di F.S. Fitzgerald (2011) ha avuto il premio Von Rezzori per la traduzione letteraria. Inoltre, ha vinto il Premio Nazionale di Traduzione 2014 del Ministero dei Beni Culturali.

In attesa di sentirla al nostro corso ‘Tradurre la lingua dei giovani‘ del prossimo 14 marzo le abbiamo fatto qualche domanda sugli argomenti che affronterà.

Eccovi un’anticipazione. Buona lettura!

Cosa si intende, nello specifico, per “lingua dei giovani”, e quali sono le difficoltà maggiori del tradurre il linguaggio giovanile in letteratura?

Secondo Gian Luigi Beccaria, a rigore un gergo giovanile non esiste: si tratta più di una varietà di registro. Spesso coglie dal linguaggio medio delle semplici scorie, che i giovani rinnovano. Il cosiddetto gergo giovanile non è un linguaggio a parte, un gergo vero e proprio come quello della malavita, della droga, dei mestieri, bensì una varietà della lingua italiana. Non c’è un linguaggio dei giovani distinto dall’italiano comune, e questa lingua non ha nemmeno la funzione di comunicazione segreta dei gerghi storici. Ha un carattere ludico, la si impiega in contesti non impegnativi. Ed è, a differenza dei gerghi propriamente detti, transitoria, in uso in determinate fasce d’età – per questo invecchia presto.

Quando si traduce, la difficoltà maggiore sta nel creare un flusso narrativo autentico per il personaggio che così si esprime, non costruito a tavolino. Qualcosa che i lettori avvertono come naturale, spontaneo. Il personaggio che lo usa non deve parlare come un libro stampato, e chi traduce deve attingere a tutte le risorse della lingua parlata, alla ridondanza e al surplus informativo tipici dell’oralità.

Qual è il suo punto di vista sulla ritraduzione di certi testi del recente passato allo scopo, anche, di aggiornarne proprio il linguaggio giovanile?

Troppo spesso la preoccupazione maggiore di chi rivede un testo, o di chi lo ritraduce, si concentra sul lessico: si è convinti che una rinfrescata al lessico sia sufficiente. È proprio questo concetto angusto di ‘aggiornamento’ che mi vede scettica. Secondo me è più una questione di sintassi marcata che di lessico: è sull’impalcatura sintattica che bisogna lavorare perché il flusso narrativo sia percepito come autentico dall’orecchio dell’ascoltatore/lettore. È sulla voce del personaggio nel suo insieme che si deve lavorare. Cambiare solo qualche parola o qualche locuzione qua e là è come dare una pennellata di vernice fresca su un intonaco sgretolato e su un muro pieno di crepe.

Quanto è importante, secondo lei, individuare da subito una strategia traduttiva definita per un testo letterario?

È fondamentale: chi legge un romanzo di evasione – un giallo, un rosa, un fantasy – e chi legge un romanzo d’autore si aspetta cose diverse dal libro scelto. Con tutta probabilità, Il primo tipo di lettore legge per svagarsi, per non pensare. Il secondo, direbbe Goffredo Fofi, “legge per pensare e per pensarsi”. E ognuno di noi, in momenti diversi della giornata, può essere il primo o il secondo tipo di lettore. Da un romanzo di evasione chi legge si aspetta un grado maggiore di leggibilità. La scelta della strategia traduttiva dipende dalla consapevolezza che i lettori hanno esigenze diverse a seconda del libro che hanno in mano.

Certo, per padroneggiare la “lingua dei giovani” o i linguaggi gergali, per esempio, bisogna avere molta padronanza dei vari registri dell’italiano; cosa consiglia a chi voglia approfondire le proprie conoscenze in questo campo?

Consiglierei senz’altro di leggere i romanzi di autrici e autori italiani giovani – la narrativa italiana contemporanea è la prima fonte del traduttore letterario. Ma consiglierei anche di leggere i capitoli che, nei loro libri, i nostri linguisti hanno dedicato al neo-standard, al parlato colloquiale, a come cambia l’uso dei tempi verbali, agli apporti dell’italiano regionale alla lingua di ogni giorno, e cioè gli studi di Giuseppe Antonelli, Gian Luigi Beccaria, Gaetano Berruto, Andrea De Benedetti, Pier Vincenzo Mengaldo, Luca Serianni, Pietro Trifone e altri.

Può anticiparci su quali testi verterà il laboratorio di STL e in che modo sarà impostato il lavoro?

Lavoreremo sugli autori della “beat generation”, William S. Burroughs, Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Il laboratorio sarà diviso in una parte teorica e una pratica. Lo spazio maggiore sarà riservato al lavoro di traduzione dei testi e alla correzione delle versioni proposte da chi partecipa al laboratorio. Dopo aver presentato gli aspetti fondamentali per una corretta analisi traduttologica del testo, si illustreranno le risorse a disposizione del traduttore per affrontare testi marcati da un punto di vista sociale e/o geografico e da una sistematica devianza.

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