Falsi d’autore – STL intervista Daniele Petruccioli

petruccioli-falsi-autore-copertina-bForse non tutti quelli che leggono conoscono una legge – addirittura un regio decreto del 1942 – con la quale si stabilisce espressamente che “per le opere tradotte, sulla copertina o sul frontespizio dell’esemplare devono essere impressi, oltre il nome e cognome del traduttore, il titolo dell’opera e la indicazione della lingua da cui è stata fatta la traduzione”. Eppure, a tutt’oggi ancora molti traduttori faticano a vedere il proprio nome comparire da qualche parte se non nel microscopico, celato e misterioso colofone (a chi non sappia cosa sia lasciamo il compito di scoprirlo!) e “chi pubblica un testo in traduzione spesso fa di tutto per tenercelo nascosto”. Perché? Se l’è chiesto e ce lo spiega bene Daniele Petruccioli nel suo recente volumetto (Quodlibet, 2014), scritto come una “guida pratica”, recita il sottotitolo, “per orientarsi nel mondo dei libri tradotti”. Il titolo, “Falsi d’autore”, sintetizza efficacemente quello che è (o dovrebbe essere) il lavoro del traduttore letterario: un’attività creativa e autoriale ma ibrida, con un originale inamovibile a cui guardare e da rispettare. E allora come mai questo “secondo autore”, questo interprete di una partitura verbale altrui da cui estrarre un’esecuzione comunque originale è talora una figura bistrattata e destinata a rimanere dietro le quinte, invece che primeggiare sul palco?

Abbiamo pensato di chiederlo, insieme ad altro, direttamente a Petruccioli.

Perché, a tuo parere, persiste questo vuoto editoriale o culturale che corrisponde al traduttore letterario e che tu chiami felicemente “rimosso libresco”?

Come sempre, per tutta una serie di motivi concomitanti. Nella fattispecie credo che il cortocircuito culturale, per cui tutti (anche i traduttori stessi, a volte) tendono a voler rimuovere il fatto che le parole di un libro possono non essere le stesse dell’autore, derivi dalla combinazione tra la mitologia romantica sull’autore unico e indivisibile, monolitico, chiuso nella sua torre d’avorio (e dalla conseguente mitografia sul genio), e una serie di altri atteggiamenti legati spesso a pigrizia, a volte a bieco calcolo economico. Questo coinvolge la critica, che non ha voglia (o interesse) di ampliare il proprio raggio di competenze per farsi anche critica della traduzione (al momento pressoché inesistente in Italia ma anche in gran parte d’Europa, eccezion fatta per qualche pietoso aggettivo buttato qua e là – traduzione “corretta”, “brillante”, “ardita” e simili altre insensatezze senza nessuna vera base analitica); i lettori, che vogliono poter innalzare alle stelle o gettare nel fango un autore senza che nessun altro si metta in mezzo (anche se non si capisce in cosa sarebbe più difficile, per la letteratura, distinguere l’autore dall’esecutore di un brano, come avviene per la musica); gli stessi traduttori, troppo spesso timorosi di assumersi le proprie responsabilità e troppo pronti a nascondersi dietro i luoghi comuni della “invisibilità” e della “letteralità” (concetti talmente ampi e complessi che, se non articolati come si deve, finiscono col non voler dire assolutamente niente); e infine alcuni editori (non tutti, per fortuna), che trovano estremamente vantaggioso poter ingaggiare raffinati esecutori dall’altissimo potenziale creativo a due euro, perché non solo il pubblico ne nega l’importanza, ma troppo spesso sono essi stessi a non voler sapere quello che sono, e quello che valgono.

E d’altro canto, lo spieghi bene, c’è una sorta di “controcultura” editoriale contemporanea tesa a difendere, e talora sbandierare, i nomi dei propri traduttori quasi che questi fossero, dici, dei panda da salvare dall’estinzione. Quali sono (se ci sono) gli interessi commerciali dietro questa linea editoriale, che a tratti può apparire un po’ radical chic e auto-compiaciuta?

Non credo ci siano interessi commerciali dietro questi nuovi comportamenti e devo dire che non li definirei nemmeno radical chic (che, come tutte le etichette un po’ abusate, ormai può voler dire tutto e il contrario di tutto), anzi, trovo che mettere in evidenza il nome del traduttore e difenderne l’operato sia un buon punto di partenza, almeno per cominciare. Dico però che bisogna stare attenti a non trasformarlo nel rovescio della medaglia di quanto andavamo dicendo prima: che non rimanga una moda di nicchia, compiaciuta del proprio essere minoranza. Il pericolo è che si parli del traduttore e di traduzione solo tra addetti ai lavori (ai premi, negli incontri per professionisti, alle fiere del libro) anziché far uscire allo scoperto questo esercito di traghettatori di culture (e quindi, in parte, di creatori) che tanto contribuisce a indirizzare il nostro modo di rappresentarci il mondo (e quindi, in parte, i nostri modi di esprimerci e di pensare). È col pubblico che bisogna parlarne: con chi i libri li fruisce, con chi dei libri si appassiona, con chi ama farsi raccontare storie e tuttavia non è abituato nemmeno a pensarla, questa categoria che tanta parte ha nel modo di raccontare moltissime di queste storie. Tra i lettori, non tra chi i libri li fa, si gioca il futuro della traduzione (e della cultura in generale) nel nostro paese.

A un certo punto definisci quello del traduttore letterario “un mestiere nascosto, oscuro, invisibile, per definizione, anzi, nemmeno un mestiere”. Perché, allora, fare il traduttore oggi? Peraltro sono moltissimi i giovani che ogni anno, freschi di studi linguistici, provano a intraprendere questa strada piena di difficoltà. Come mai, secondo te?

Perché qualcuno decide di fare il musicista? Perché si decide di studiare cinema? Perché si partecipa ai concorsi per essere ammessi nelle accademie di belle arti e di altre discipline creative? Per amore della cultura, per coraggio (giacché purtroppo – tranne pochissime fortunate eccezioni – occuparsi di cultura spesso e volentieri significa guadagnare molto meno di chi si occupa di industria, finanza o di servizi di tipologia non culturale) e per passione. Per spirito di servizio. E perché si sente oscuramente in sé qualcosa (che di solito siamo abituati a chiamare talento) che – se opportunamente affinato e indirizzato – rischia di somigliare a un qualche tipo di potere creativo. Infatti, tranne chi non ha idea di quello che sta facendo o chi ci si è trovato più o meno per caso (cosa sempre possibile, del resto, in qualsiasi ambito), i traduttori – anche quando lo negano a sé stessi – sotto sotto sanno benissimo di cosa stiamo parlando, quando parliamo del loro mestiere.

Scrivi, a ragion veduta, della bravura dei traduttori letterari italiani, non di rado superiore a quella di tanti loro colleghi europei. E certo vengono in mente anche casi di scrittori che devono molto ai loro traduttori italiani; penso, per esempio, alla pur grandissima Alice Munro e all’altrettanto grandissimo lavoro della sua traduttrice, Susanna Basso, che ha senz’altro contribuito a lanciarne fama e diffusione in Europa. A cosa si deve questa maestria traduttiva italiana? E, mutatis mutandis, c’è secondo te un qualche rapporto con il fatto che il nostro è uno dei pochi paesi europei che adatta e doppia film stranieri?

Be’, diciamo che quando ho scritto quella frase pensavo di fare un po’ un’iperbole: in realtà, io ho il massimo rispetto per i traduttori verso tutte le lingue. La tua idea della tradizione per il doppiaggio mi sembra interessante e meritevole di approfondimento. Ma quello che avevo in mente davvero è che i traduttori italiani si trovano a dover operare in una situazione – dal punto di vista letterario e linguistico – abbastanza unica in occidente: abbiamo ormai una tradizione letteraria lunga un migliaio d’anni, con una lingua delle origini (intendo la lingua letteraria) ancora abbastanza comprensibile per noi (basti pensare che uno spagnolo di oggi deve farsi tradurre i capolavori del suo Barocco, per capirli, mentre un nostro adolescente – con poco aiuto – riesce a leggere abbastanza bene Dante, Petrarca e Boccaccio) e una lingua moderna di una ricchezza e duttilità incredibili, ma senza uno straccio di istituzione linguistica che armonizzi queste due estremità della nostra storia creativa. I francesi hanno l’Académie Française, che pensa a far inserire i neologismi nei dizionari; gli inglesi hanno la cultura delle varianti, lascito di enorme arricchimento linguistico e creativo delle ex colonie; l’Italia ha Bembo, Machiavelli, lo Zibaldone (che però a scuola quasi non si studia), due scritti del Manzoni, e poi basta (Croce preferisco lasciarlo fuori, per motivi che penso risulteranno chiari nella mia risposta alla tua prossima domanda). Poi, ce la vediamo in redazione. Tutto il Novecento (dal Futurismo a Benni, passando per Gadda): niente. Con una simile ricchezza buttata lì a casaccio senza alcun ordine, il grande problema per i traduttori italiani è quello di che cosa scegliere, come comportarsi (con il pericolo – terribile, e purtroppo non sempre evitato – di buttarsi dalla parte della facilità, di un “bello stile” ormai stantio che ammazza, anziché traghettare, il romanzo a cui ci si sta dedicando). Sembrerebbe impossibile non rifugiarsi in una facile vigliaccheria: e invece, la maggior parte delle volte (almeno secondo la mia esperienza), i traduttori italiani non solo sanno scegliere in questo casino devastante, ma lo sanno fare con un gusto, un coraggio, una maestria e una cognizione di causa davvero impensabili, viste le premesse. E noi cosa facciamo, in cambio? Stiamo lì a fare le pulci all’errorino, alla parola che non ci sembra esatta, all’ingenuità stilistica o sintattica (che pure ci sono, come sempre, come dappertutto). Loro traducono mondi, e noi guardiamo l’ortografia. Davvero, avrebbero di che chiedere di essere risarciti, questi eroi che continuano a indicarci la luna, in lacrime perché ci ostiniamo studiargli le impronte digitali.

Mi ha colpito molto, nel tuo libro, l’espressione “adulteramento traduttorio”, quasi che i valori di originarietà e verginità di un testo da tradurre andassero, secondo il mercato editoriale, preservati a tutti i costi, e si dovesse conseguentemente nascondere l’idea di un possibile stravolgimento/tradimento del testo stesso. “Adulterare” e “adulterio” vengono dalla stessa radice latina: vale ancora, secondo te, il vecchio adagio sulla traduzione “brutta e fedele, bella e infedele”?

Questo luogo comune fa parte delle mitologie assolutiste dell’arte di cui parlavamo all’inizio. In realtà, nessuna traduzione può essere fedele o infedele in assoluto: bisogna studiarla, per cercare di capire a cosa abbia voluto essere fedele, e se ci è riuscita. E proprio per questo motivo (per cercare di capirle meglio) auspico che si chieda ai traduttori di parlare delle loro traduzioni. Perché non chiedere a loro, a cosa hanno voluto essere fedeli? Così finalmente sapremmo se le premesse si accordano ai risultati, e lo sapremmo con cognizione di causa anziché a casaccio, come purtroppo capita troppo spesso. Poi, come in ogni lavoro creativo, ci saranno cose che il traduttore non sa spiegare, sa spiegare male, o credeva di saper spiegare in un modo mentre andrebbero spiegate altrimenti: e qui si inserirebbe il lavoro – e l’importantissimo ruolo – di una seria critica della traduzione. Ma purtroppo siamo ancora molto lontani da tutto ciò: bisogna prima creare una coscienza collettiva che riconosca l’importanza di questi argomenti non per lo studioso, ma per il lettore.

Dai molte informazioni utili a chi legge il tuo volumetto: sul mondo editoriale, sui traduttori, sull’opera e il ruolo dei revisori eccetera; perché secondo te è importante, per un lettore, avere consapevolezza di tutte questi componenti nel momento in cui sceglie di acquistare e leggere un libro?

Appunto, lo dicevamo proprio adesso: per non accontentarsi, per capire, per chiedere e per avere di più. Per conoscere meglio, e meglio saper scegliere, il tipo di bellezza di cui tutti abbiamo bisogno di circondarci.

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